La scoperta del cancro

Giovedì 25 agosto 2011: all’epoca vivevo a Padova in un piccolo appartamento ristrutturato nel centro storico della città, facevo un lavoro precario ma che mi piaceva molto e convivevo con un ragazzo. Avevo 27 anni compiuti da poco ed ero una ragazza ancora  ingenua ed inesperta di vita anche se credevo di essere già una donna matura. Avevo paura di fallire nella vita e tutte le mie energie erano concentrate nella ricerca della serenità, relazionale ma, soprattutto, professionale. Avevo studiato filosofia spinta dalla passione che mi legava alla “storia del pensiero” e, in modo speciale, ai filosofi contemporanei. Quel giorno ero in ferie ed ero andata in ospedale per sottopormi ad una visita chirurgica che stavo rimandando da ben 6 mesi. Era, esattamente, da gennaio 2011 che avrei dovuto prenotare quel controllo. Infatti a gennaio avevo fatto un’ecografia mammaria per un nodulo visibile e palpabile situato tra l’ascella e il seno, era duro e dolente. La dottoressa che mi fece l’ecografia non aveva drammatizzato ma mi aveva consigliato di fare un agoaspirato. Io avevo sottovalutato totalmente la situazione, per questo avevo aspettato sei mesi e il mio medico di base aveva deciso di prescrivermi direttamente una visita chirurgica. Quei sei mesi sono rimasti impressi nella mia memoria e sono stati oggetto dei grandi sensi di colpa che mi hanno accompagnato durante tutto il percorso delle cure per debellare il tumore al seno. Non avevo atteso quei mesi tanto per paura di un’eventuale diagnosi infausta quanto per pura pigrizia:  non me ne fregava nulla del nodulo che sentivo sotto l’ascella, ero impegnata a coltivare altri aspetti della mia vita e mai, dico mai, mi sarei aspettata di avere un carcinoma mammario. Non sapevo nemmeno esattamente cosa significasse la parola “carcinoma”.  Quel nodulo era davvero grosso e mi faceva male ma io non ci davo peso o, forse, inconsciamente non volevo ammettere quello che stava accadendo al mio corpo. Ricordo bene come mi sentivo prima di recarmi a fare quella visita: ero  stanca ed ero parecchio incazzata con me stessa perché volevo essere energica ma sentivo che le forze mi mancavano, facevo fatica a stare in piedi e volevo farmi forza perché erano venute a trovarmi mia sorella, la mia nipotina Camilla, che aveva 1 anno, e mia mamma. Non potevo sprecare quell’opportunità speciale di trascorrere del tempo con loro. Non le vedevo spesso perché quei 60 km che ci separavano non erano facilmente percorribili quotidianamente, pertanto, ci vedevamo mediamente ogni due settimane. Era una giornata importante, ero felice di vederle e volevo godermele senza rovinare quella bella situazione a causa della mia indolenza.

Entrai, per la prima volta in tutta la mia vita di 27enne, nell’ospedale di Padova, nonostante vivessi in quella città già da alcuni anni. Nella mia memoria ora ci sono ancora quei corridoi semideserti. Si respirava ancora aria di vacanza, poche persone restano in una città come Padova in pieno agosto, io ero abbastanza apatica  e non vedevo l’ora di uscire da quel posto malinconico.

Avevo fermato l’unica persona che stava percorrendo quei corridoi ed era proprio la dottoressa che avrebbe dovuto visitarmi. Pochi minuti di attesa e mi ritrovai seduta su una sedia in un ambulatorio piccolo con i muri bianchi, una piccola scrivania e un lettino; davanti a me la dottoressa. Eravamo solo lei ed io. Mia mamma e mia sorella erano fuori ad aspettarmi. Sembrerà banale ma questa scena è bene impressa nella mia memoria perché per me è una metafora della mia malattia: io ero da sola davanti a quella gentile dottoressa e la mia famiglia c’era ma era fuori, oltre la porta che divideva il corridoio dall’ambulatorio, era vicino e lontano al contempo. Questa immagine è significativa ed è uno strumento, per me, per narrare quello che ho provato da quel momento in poi: io non ero sola, innanzitutto c’erano medici abili ed esperti ad occuparsi del mio cancro e, poi, c’era la mia famiglia ad occuparsi di me. E’ questo il “gioco delle parti”: i medici si preoccupano di debellare il tumore, con tutti i mezzi a loro disposizione, e i nostri cari si occupano di noi, ci accudiscono, ci stanno vicino, cercano strategie per farci sorridere, piccoli accorgimenti per farci stare bene, semplicemente ci amano. Io, però, ero da sola, sebbene oltre quella porta ci fosse parte della mia famiglia, io ero sola di fronte al medico, ero di fronte a chi mi avrebbe fatto conoscere il mio cancro e poi avrei dovuto farci i conti da sola. la mia famiglia c’era ma era accanto a me, non era me. Era la mia battaglia, la mia lotta, il mio tumore. Non mi stancherò mai di scriverlo.

Quell’ambulatorio piccolo ed “essenziale” è stato il luogo in cui ho lasciato una parte di me per fare posto ad un’altra parte di me, più oscura e profonda ma anche più forte. L’ambiente era spartano. Ora mi viene da ridere perché non ero abituata all’arredamento ospedaliero.  Ero stata così poche volte in ospedale in vita mia da non avere la benché minima dimestichezza con quei luoghi: non sapevo come muovermi, come rivolgermi ai medici, mi sentivo totalmente estranea a quel posto e non vedevo l’ora di ritornare alla mia vita. Non ero in grado nemmeno di distinguere un infermiere da un medico.

Non sapevo che non mi sarei dimenticata né di quel luogo né del volto e del nome di quella gentile dottoressa per il resto della mia vita. Da quel momento porto le cicatrici interiori ed esteriori di quel tumore che mi stava aggredendo sempre più velocemente e in modo sempre più aggressivo.

La dottoressa mi visitò attentamente, e mi fece molte domande, poi uscì dalla stanza dicendomi di aspettare un attimo. Io, intanto, guardavo il soffitto mentre ero ancora distesa sul lettino. Mi aveva detto di non muovermi e l’unico modo di far passare il tempo in quel luogo  desolato era guardare il soffitto bianco e leggermente scrostato perdendomi nei meandri della mia giovane mente di 27enne ancora insoddisfatta della vita.

Rientrò dopo un tempo totalmente indefinibile per me. Non ho mai pensato a quello che può avere pensato mia mamma che mi aspettava proprio oltre quella porta seduta in una sala d’aspetto deserta e malinconica. Rivivendo ora quei momenti è impossibile immaginare che non le fosse nemmeno passato per la testa che stesse accadendo qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite: era da troppo tempo che ero là dentro e la dottoressa aveva iniziato ad entrare ed uscire da quella stanza. Intanto io, ancora distesa sul lettino di quell’ambulatorio, iniziavo ad annoiarmi…..poi, finalmente, dopo vari andirivieni, la dottoressa decise di informarmi che avrei fatto un agoaspirato immediatamente, approfittando della presenza di una radiologa. Cambiai stanza, dopo avere informato mia mamma che avrebbe dovuto aspettare ancora un pochino e che poi saremmo andate a fare shopping con mia sorella e la mia nipotina.

La dottoressa mi fece un’ecografia, dopo conobbi il tecnico che mi fece anche la mammografia, ed, infine feci quel famoso agoaspirato.

Ricordo che ero distesa sul lettino e che varie persone stavano armeggiando intorno a me; ero compiaciuta dal fatto che fossero tutte donne. Provai tanto dolore, fecero più prelievi e sentii un dolore davvero indescrivibile. Ricordo che cercai di concentrare la mia attenzione su un punto del soffitto indirizzando lo sguardo verso le luci a neon. Voglio sottolineare che l’agoaspirato, generalmente, non provoca dolore. Il dolore che sentivo era causato dal tumore che, come seppi dopo la diagnosi, si era diffuso ai linfonodi provocandomi un’intensa lifoadenopatia. Praticamente i linfonodi erano gonfi e dolenti e il nodulo tumorale mi provocava grande dolore. Con questo voglio smentire quelle false dicerie che sostengono che i tumori non provocano dolore. E’ soggettivo, non esiste una linea guida precisa. Ogni caso è a sé.

Mentre mi concentravo sulle luci del soffitto pensavo che dovevo essere forte. Mica potevo lamentarmi per una cavolata del genere?! Avevo pensato a tutti i malati gravi che, quotidianamente, facevano i conti col dolore e che si trovavano, come me in quel momento, a fissare soffitti di ospedali e luci a neon tentando di scacciare via il dolore del corpo e dell’anima. Nonostante quell’affannarsi di persone concentrate sul mio corpo, nonostante l’ecografo sporco di sangue e il sudore nella fronte della chirurga e della radiologa, nonostante gli occhi lucidi della specializzanda che stava assistendo, io continuavo a non capire, continuavo a pensare a chi stava male davvero, continuavo a pensare che ero solo una codarda e che non avevo abbastanza coraggio e forza.

In seguito aspettai molto tempo seduta fuori nella sala d’aspetto accanto a mia madre finché la porta di quel ambulatorio, oramai conosciuto e familiare, si aprì. La dottoressa mi chiese di entrare accompagnata da mia mamma. Spostò la sua sedia e la avvicinò il più possibile alla mia in modo tale da potermi guardare dritto negli occhi. Mia mamma mi prese la mano. Non dimenticherò mai quel momento. Ero ancora in una fase pseudo-adolescenziale e il contatto fisico con mia mamma non mi faceva molto piacere. Tuttavia in  quel momento scoppiai a piangere. Con la sua mano intrecciata nella mia capii. La dottoressa non aveva ancora parlato ma i suoi gesti significavano più di qualsiasi parola.

Io continuavo a piangere e mia mamma a stringermi forte. La dottoressa iniziò a parlare, a dire quello che non volevo sentire. Mi resi subito conto di avere vissuto sei mesi in apnea, sei mesi nell’incoscienza totale. La prima cosa a cui ho pensato in quei pochi attimi è stata Camilla, la mia nipotina. Poi ho pensato a tutte le persone che amavo.

Disse queste parole: “Serena, quel nodulo non è un bel nodulo. Noi ti abbiamo fatto tutti gli esami e ognuno di essi fa pensare che non sia “bello” però , dobbiamo attendere l’esame istologico, solo quello potrà farci capire davvero di cosa si tratta. Solo quello ci potrà dare delle certezze. Avremo i risultati tra dieci giorni. Io intanto voglio prepararti al peggio”. Mi stupisce tuttora il fatto che non disse la parola “tumore”, non disse che era “brutto” ma usò un aggettivo positivo “bello” anche se preceduto da una negazione. Cambia molto sentirsi dire “è brutto” da “non è bello”. La nuda e cruda realtà ti piove, comunque, addosso travolgendoti ed è come cadere all’improvviso, ma il colpo è attutito molto dalla delicatezza e dal tatto che i medici usano nel comunicare una diagnosi di cancro. mai come allora ho avuto modo di constatare quanto sia importante la comunicazione.

Da quell’istante, seduta in quella sedia, con la mano di mia mamma avvinghiata alla mia, lo sguardo dispiaciuto di quella dottoressa, con le lacrime che sgorgavano incessantemente, nonostante mi imponessi di fermarle, iniziò tutto quanto ed io diventai immediatamente un’altra persona.

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