A partire dalla malattia, cercando un senso….

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Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.

José Saramago

dal libro “La caverna” di José Saramago

pagina di diario del 26 gennaio 2014……


Attualmente ho 29 anni e all’età di 27 mi è stato diagnosticato un tumore al seno localmente avanzato. Anche io mi tenevo sotto controllo, nonostante la giovane età, perchè qualche anno prima avevo notato un piccolo nodulo che era diventato via, via,  ben visibile e che mi dava sempre più fastidio.  La  situazione clinica era stata sottovalutata: in primis non avevo familiarità col tumore al seno, anzi, non avevo proprio alcun caso in famiglia di tumore in genere, nè di malattie gravi. I miei nonni erano tutti in vita: a 27 anni avevo ancora 4 nonni lucidi e orientati, in perfetta salute per l’età che avevano. In secondo luogo data la mia giovane età nessun medico aveva mai pensato che potessi avere un carcinoma.

Questa era la situazione, ed io vivevo tranquilla e spensierata, almeno dal punto di vista della salute. In realtà, da altri punti di vista, stavo attraversando un periodo delicato della mia vita, ma per questo varrebbe la pena di fare ulteriori e approfondite considerazioni che toccherebbero altre questioni cruciali relative alla società odierna, alla situazione dei giovani laureati e non…alla crisi economica,sociale e culturale di cui si sta parlando molto ma per cui si sta facendo ancora molto poco……Comunque questo è un altro discorso anche se non a caso ho voluto menzionare la delicatezza del periodo che stavo attraversando. Infatti la malattia mi ha permesso di maturare alcune riflessioni per quanto riguarda l’importanza del nostro benessere mentale e psicologico (a me piace chiamarla “serenità dell’anima”) in relazione alla salute del corpo.

Ricordo benissimo tutto l’iter dalla visita chirurgica il 27 agosto 2011, all’attesa snervante dell’esito dell’esame istologico durante i successivi dieci giorni. Mille pensieri hanno attraversato la mia testa, i primi due giorni ho versato tutte le lacrime che avevo in corpo.

La dottoressa che mi aveva visitato, un medico chirurgo giovane e brava, che lavorava a stretto contatto con il noto chirurgo che mi avrebbe seguito e operato, si era presa a cuore la mia situazione tanto da lasciarmi il suo numero di telefono e da chiamarmi di persona non appena è stato pronto l’esito del mio istologico.

Quel giorno sono entrata da sola in quella stanza, erano tutti seri, è arrivato il chirurgo e mi ha detto queste parole: “come immaginavamo l’esito è positivo”. Nulla di più….Io in un primo momento non avevo affatto capito, nonostante sia laureata quel termine,”positivo”, per me non poteva in alcun modo significare “tumore”, per me voleva significare altro. Non si può usare una parola così per dire ad una persona che ha una grave malattia e che potrebbe morire. Perchè questo voleva dire con quelle parole: “lei è malata, ha un tumore, lei potrebbe morire”.

Non appena mi sono resa conto della situazione ho fatto chiamare il mio compagno e convivente (ex) che aspettava seduto fuori. A ripensarci sembrava più smarrito lui di me ma ancora non sapevo il reale motivo della sua reazione.

Quella notte ho pianto soffocando i singhiozzi, per non fare rumore, appena sono stata sicura che lui stesse dormendo profondamente. Non volevo assolutamente farmi sentire, non per orgoglio o per freddezza, per fare la dura, bensì perchè il vero pianto è soltanto da soli. Il vero dolore, alla fine dei conti, è soltanto nostro. Quello è stato il primo momento della mia vita in cui ho sentito davvero la solitudine. Ho capito cosa significhi essere di fronte al proprio destino, che, in fondo, è solo nostro. Possiamo avere tante persone vicino ad appoggiarci, ad amarci ma sono soltanto degli accompagnatori, come noi lo siamo per loro, alla fine solo noi facciamo i conti con l’angoscia e il senso di impotenza di fronte alle grandi sofferenze umane (nascita, malattia, vecchiaia e morte). Credo che per stare bene, per essere felici, bisognerebbe cambiare il modo di considerare la nostra condizione e le relazioni umane: il rapporto con le altre persone non dovrebbe essere un rapporto di bisogno, di mutuo soccorso. Comunque ancora una volta sto facendo la “mina vagante” e sto aprendo questioni su cui varrebbe la pena soffermarsi in altra sede… 

Dopo aver versato tutte le lacrime mi è scattato qualcosa dentro e ho trovato in me una forza interiore del tutto inaspettata.

L’iter è stato lungo ma soprattutto impegnativo e intenso: chemioterapia neoadiuvante, intervento chirurgico (mastectomia totale , asportazione del capezzolo, svuotamento ascellare sx e parziale a dx), chemioterapia adiuvante, radioterapia, terapia ormonale. 

Consapevole delle necessità di essere io stessa, in prima linea, responsabile di me e della mia battaglia, mi sono fatta forza, non so assolutamente spiegare come ma è stato così. Partendo da me stessa ho ricominciato tutto da capo, in un certo senso: ho rivalutato le cose importanti nella vita, le cosiddette “priorità” e ho capito quanto fossero importanti gli altri. I rapporti umani mi hanno dato la forza per affrontare la mia lotta e l’ho fatto con coraggio e determinazione, senza considerare gli altri come una “stampella” e nemmeno come una “risorsa” ma semplicemente per quello che erano, senza pretendere nulla. Contava solo l’amore, l’affetto anche se in prima linea c’ero solo e soltanto io. Magari i miei familiari hanno vissuto diversamente tutto ciò, magari varrebbe la pena chiederglielo….

Il tumore era molto aggressivo, G3, era infiltrante ed era localmente molto avanzato ma, fortunatamente, non avevo metastasi a distanza, avevo solo metastasi “locali”….e sembra poco!

Ho sempre creduto nella mia guarigione, anche oggi, a distanza di solo un anno e mezzo dalla fine delle cure. Ci credo e ho voglia di vivere, sono aggrappata alla vita più che mai anche se ammetto di avere sempre, costantemente il pensiero che la malattia, date le metastasi linfonodali, potrebbe ritornare e, in questo caso, non lasciarmi più scampo. Certo, lo sanno tutti, ho 29 anni e se dovesse tornare non avrei possibilità di guarire perchè sarebbe sottoforma di metastasi a distanza e significherebbe che alcune cellule erano rimaste in giro per il corpo tanto da arrivare fino al sangue e, poi, agli organi. Questa consapevolezza spietata mi accompagna ogni giorno, non sempre riesco a tenerla a bada, a volte prende il sopravvento e si manifesta sottoforma di ansia, soprattutto di notte, quando mi sveglio all’improvviso e sento un peso al cuore.

Sapete qual’è la cosa che più mi angoscia? Non il pensiero della morte, tanto prima o poi, tutti dobbiamo farci i conti e affrontarla, fa parte della vita: nasciamo e siamo automaticamente proiettati verso la morte, è nella nostra natura. Ciò che più mi fa male è il pensiero di morire da sola ossia non accompagnata dalle persone che amo, per questo chiedo a tutti quelli che mi stanno vicino di avere la forza, la voglia, il coraggio per pensare anche ad una mia prematura scomparsa. Perchè la malattia, lo sanno tutti, non risparmia nessuno, non risparmia i buoni, i belli, gli onesti…capita e basta. Un giorno una cara amica mi ha detto che certe cose capitano solo a chi è in grado di sopportarle. Che sia vero? Non lo so…Ho ancora mille domande, mille dilemmi da risolvere nella mia testa ma ne sono felice perchè significa che ho voglia di vivere.

Che altro dire? Nulla se non che non ho paura di ammettere la mia paura, perdonate il giro di parole…..e comunque mi consolo al pensiero che il dolore più grande, quello che ti sale da dentro e ti toglie il respiro l’ho già provato e non riguarda la malattia o la morte ma riguarda il tradimento delle persone che  amiamo, ecco, i rapporti sì che fanno male, le persone fanno male, quello è dolore, un dolore infinito, che ha un inizio ma non una fine. Quel dolore lo porterò sempre con me perchè è stata la bastonata più grande…più della malattia, più della perdita dei capelli, del cambiamento fisico. La malattia mi ha solo aiutato a capire cosa conta davvero e, purtroppo, anche quanto si può soffrire per ciò che più conta: l’amore.

Immag0176

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