L’esito del citologico: la verità nuda e cruda

Il giorno della mia laurea…quando ancora pensavo che sarebbe stato il giorno più importante della  mia vita.

Trascorsero dieci giorni da quando feci l’agoaspirato all’ esito definitivo. La dottoressa mi aveva preparato ad una notizia negativa e mi aveva anche telefonato non appena l’esito fu pronto. Inutile dire che quei 10 giorni furono giorni difficili e che una moltitudine di pensieri affollò la mia testa. In quel periodo piansi spesso e, soprattutto di notte, da sola, quando nessuno sentiva. Bagnavo il cuscino. Piangevo perché la parola tumore mi spaventava e, soprattutto, perché mi ero subito resa conto che era qualcosa a che riguardava solo me, nessuno avrebbe capito fino in fondo come mi sentivo. Il dolore della mia famiglia era evidente ma io ero da sola come lo sarebbe chiunque altro. Era una lotta personale e dovevo armarmi quindi era il momento di piangere e sfogare il dolore per prepararmi al mio cammino. Nonostante fossi preparata, una parte di me continuava a ripetere che i medici si erano sbagliati e che non avevo nessun tumore. In fin dei conti ancora non avevano prove schiaccianti. Molte cose le capii solo dopo, quando iniziai ad avere più dimestichezza con gli ospedali, i medici e i vari esami diagnostici.

Non avevo paura delle cure, della chemioterapia , dell’intervento.  A scatenare le lacrime era il pensiero di non poter più abbracciare le persone che amavo. Il resto non contava. Non avevo pensato ai capelli, alle cure…quello era secondario. Inoltre devo essere onesta e sottolineare che nel mio immaginario il tumore al seno non era grave. Certo, avrei dovuto fare la chemioterapia e magari la mastectomia ma io ero sicura che sarei comunque guarita e che la paura di non abbracciare più i miei cari era solo la paura di una persona codarda. continuavo a credere di non essere abbastanza forte e continuavo a pensare che c’era chi stava molto più male di me.In fin dei conti camminavo ancora sulle mie gambe ed ero totalmente autosufficiente… Pensavo che avrebbe potuto capitarmi qualcosa di peggio e che il tumore al seno era “il migliore tra i tumori”. Almeno non era un organo. Oggi mi rendo conto dell’ingenuità e della stupidità di questi pensieri. Ho conosciuto molte donne affette dalla mia stessa malattia e posso garantire che non esiste una linea guida precisa. Il tumore al seno è di vari tipi e ha mille varianti. Tutto ciò lo capii con l’esperienza concreta. Mi rivolgo, ora, a chi è neofita: il tumore al seno è curabile e la ricerca è progredita molto ma non va sottovalutato, è necessaria un’accurata prevenzione perché, se scoperto tardi e se aggressivo, uccide. Si muore ancora  nonostante il tasso di sopravvivenza si sia alzato. Il mio cammino si è incrociato con quello di altre donne che purtroppo non sono più qua. Riservo al silenzio l’espressione di tutto il dolore che porto dentro per la loro perdita.

Il medico mi aveva preparato bene perché mi aveva già menzionato la chemioterapia, l’intervento…. Già sapevano ma non potevano dirmi nulla finché non sarebbe stato scritto nero su bianco.

Quel giorno arrivò e nero su bianco fu.

Era lunedì e mi recai presto in ospedale. Ricordo, come fosse oggi, l’attesa nella sala d’aspetto. Ricordo che io ero sorridente, il mio compagno meno. Quel giorno iniziò la mia rabbia nei confronti delle persone lunatiche e seriose senza un motivo. Da quel momento, mentre aspettavo, qualcosa cambiò dentro di me. Spirito di sopravvivenza? Non lo so. Fu una specie di improvviso amore per la vita e per tutte quelle piccole cose quotidiane che normalmente farebbero innervosire chiunque. Non so se mi sono spiegata.

Entrai da sola quando chiamarono il mio nome. Avevo fatto questo patto col mio compagno: io sarei entrata da sola e ,se l’esito fosse stato infausto, sarei uscita a chiamarlo per entrare a darmi sostegno morale.

Vidi la specializzanda che era presente quando mi fecero l’agoaspirato, quella che aveva gli occhi lucidi e tratteneva a stento le lacrime mentre armeggiavano sul mio nodulo per prelevare dei campioni. Quel giorno era uscita per fare delle fotocopie. Cercai il suo sguardo mentre le sorridevo ma lei non mi guardò. Non me lo spiego ancora…avevo avuto l’impressione che si fosse dimenticata di me ma, forse, con la lucidità di oggi, sapeva che mi avrebbero dato una brutta notizia di lì a poco e che la mia vita sarebbe stata stravolta e non aveva avuto il coraggio di guardarmi negli occhi.

Chiamarono il mio nome.

Respirai. Uno, due , tre…..entrai.

Mi fecero sedere davanti ad una scrivania in un ambulatorio abbastanza grande. Io ero sola e davanti a me c’erano: il chirurgo, la chirurga dell’agoaspirato, la specializzanda e l’infermiera.

Iniziò lui a parlare. Io seduta e loro in piedi. Dire che erano seri è ancora molto lontano dal descrivere i loro volti.

Disse: “come ci aspettavamo l’agoaspirato ha dato esito POSITIVO”.

Per un attimo sorrisi e non fu propriamente un attimo perché fecero in tempo ad accorgersene. Io sorridevo e guardavo la dottoressa e lei era serissima. Pensai: ” cazzo Serena, che figure di merda! Hai capito male!”. Non ero proprio stupida e, per quanto fossi una principiante in termini di gergo medico sapevo bene che positivo significava, semplicemente,  che quello era un tumore ma, nonostante ciò, io per quell’ attimo che durò un eterno, pensai di averla scampata, pensai che si erano  sbagliati davvero.

Quando capii tornai in me, non sorrisi più , più che altro , perché mi sembrava di offenderli o, comunque, di essere presa per matta.

Matta sembrai lo stesso perché li feci restare tutti là impalati ed uscii di corsa a chiamare il mio compagno che aspettava fuori.

Mia mamma era già in treno, in viaggio per arrivare. Il programma era che sarebbe venuta comunque, qualunque fosse stato l’esito.

Lui entrò e, sinceramente, non ricordo le parole che furono dette da quel momento in poi.

Ricordo solo che lui restò là impalato. Vederlo così mi provocò una stretta al cuore. Sembrava indifeso. Avrei voluto tanto proteggerlo e per un attimo pensai che sarebbe stato meglio lasciarci e risparmiargli un’esperienza che nemmeno io stessa avrei saputo gestire, figuriamoci lui. Non scherziamo: non era capitato a lui ma a me e lui non era obbligato vivere quel dolore a quell’età ,poi.

In seguito scacciai quel pensiero e pensai che per fortuna avevo le sue spalle forti a sorreggermi.

Ricordo che chiesi se avevo speranze. Così, fuori dai denti. Il chirurgo rispose: “il tumore è localmente avanzato perché supponiamo che abbia intaccato i linfonodi , non esistono certezze e io non posso dargliele ma le garantisco che faremo tutto il possibile e useremo tutte le armi a nostra disposizione”. Mi è piaciuta questa frase ma, pensandoci oggi, sembra una frase detta e ridetta più volte, una sorta di frase per i momenti di bisogno. Comunque apprezzai la professionalità e l’umanità che dimostrarono.

L’unica cosa che mi imbarazzò fu che dovettero farmi togliere maglietta e reggiseno e mi fecero posare davanti ad una parete bianca per farmi delle foto. Il tumore era visibile e quello era un  policlinico universitario, avrebbero fatto, giustamente ricerca. Fu un momento molto imbarazzante. Capii che la dottoressa che stava facendo le foto voleva fare il più veloce possibile, capii che per lei ero una persona e non una semplice paziente da curare ma quelle foto doveva per forza farle ed era anche lei in difficoltà. Mentre mi fotografava guardavo il mio compagno ancora seduto su quella sedia davanti alla scrivania. Io ero dietro di lui in piedi, lui non mi vedeva ma io vedevo lui e guardandogli la schiena immobile mille pensieri attraversarono la mia testa e provai un grande dispiacere per lui misto a intensa tenerezza.

Poi rivolsi i pensieri a me e mi dissi mentalmente che era giunto quel fatidico momento della vita in cui bisogna tirare fuori tutta la propria forza.

Il citologico l’ho imparato, oramai, a memoria: carcinoma duttale infiltrante G3.

Era un tumore ormonosensibile e questo era positivo perchè significava una chance in più di cura ma era molto aggressivo e aveva una percentuale di proliferazione molto alta: 80%.

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