….e la vita continua….

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È difficile scrivere con la tastiera del telefono e il sole che riflette ma ho bisogno di  di fermare i pensieri che in questi giorni si stanno facendo sempre più incessanti. Sono bisognosi di uscire e voglio assecondarli. Chiedo venia per gli errori perché non vedo quello che scrivo.

Vorrei stare qua ore ed ore ad osservare il mare. Un quadro perfetto per me: le onde, il loro rumore, l’aria profumata di salsedine, il sole di giugno. Nessun vincolo di orario, nessuno a cui rendere conto. Solo io e i miei libri (ovviamente anche se solo per poche ore non mi sono limitata a portare con me un solo libro)

Mi chiedo se tutta questa gente che schiamazza, corre, si diverte….abbia una storia da raccontare. Mi chiedo se anche loro vorrebbero scrivere veloci per imprimere i pensieri. Sarebbe bello se lo facessimo tutti…Scrivere aiuta sicuramente a guardarsi dentro.

Sono arrabbiata e sono venuta al mare da sola. È martedì pomeriggio. Sono scappata da tutto anche se solo per poche ore. È già quasi ora di tornare. Si sta bene e c’è una bella brezza anche se le mie vampate non mi lasciano tregua. Credo di essere arrivata davvero a non sopportare più gli effetti delle medicine. Sento che il mio corpo non è libero. Mi sento imprigionata. La mia mente vorrebbe fare molte cose. Ho molti progetti ma sento che il corpo fa fatica ad essere suo umile servitore. Sono venuta al mare per scappare da tutto ma anche perché l’ultimo fine settimana è stato massacrante. Non ricordo di essere stata così tanto male nemmeno durante la chemio. Ero pronta per venire al mare e avevo già indossato il costume ma non sono riuscita ad arrivare nemmeno ad aprire la porta di casa per uscire. Dopo un’intensa lotta contro i dolori del corpo e la nausea ho dovuto alzare bandiera bianca. A malincuore. Sono letteralmente collassata sul divano e là sono rimasta tutto il giorno, fatta eccezione per le corse disperate in bagno per andare a vomitare. Non vorrei essere così diretta ma credo non ci siano altri modi per descrivere quella giornata. Non so quale segnale mi stia dando il mio corpo…Infatti ho spesso fortissimi mal di testa, capogiri,  nausea, vomito, dolori muscolari e scheletrici che si presentano sotto forma di grande stanchezza. Domenica credevo di impazzire. Ad un certo punto pensavo che mi sarebbe venuto un ictus. Non credo che questi siano i sintomi di un ictus ma nel mio delirio l’ho pensato. Ora mi viene da ridere a ripensarci e osservo quella situazione con ironia.

Mi è capitato altre volte di avere questi disagi ma ultimamente stanno diventando più acuti. Il giorno in cui sono andata in pronto soccorso ero un “fiorellino” rispetto a domenica scorsa.

L’oncologo, una volta saputo che la tac cerebrale è negativa, mi ha esortato a ricominciare immediatamente a prendere la pastiglia e a tenere duro qualora dovessi avere altri effetti indesiderati. Ha detto che se “proprio non ce la farò” a resistere potrò sospendere la terapia e sentirmi, comunque, coperta, anche se in maniera inferiore, grazie alle iniezioni che faccio ogni 28 giorni e che mi inducono la menopausa. Detto ciò mi ha augurato buona fortuna fino al prossimo controllo. Giustamente. Lui cura il tumore….il resto è affar mio. Regge. Non fa una piega.

Stasera dovrò ricominciare a prendere le pastiglie. Le persone care mi dicono che non devo pensarci, che devo prenderle e basta. Ancora una volta la linea di demarcazione è netta: io qua e loro là. Alla fine il corpo è mio. Forse è vero: mi fisso sugli effetti collaterali ma come non essere stanchi dopo 6 anni di cure ormonali? Come poter dormire tranquilli quando ci si sveglia nel cuore della notte completamente bagnati di sudore e con le palpitazioni? Come gestire i mal di testa ogni fine settimana tanto da vomitare anche cinque volte in un giorno e non riuscire a mangiare nulla? Lascio perdere tutto il resto: la malinconia, la tristezza, la depressione. Non voglio fare terrorismo. I primi 4 anni sono andati benissimo ma dalla seconda recidiva ho iniziato un po’ a cedere e ad avere sempre più disturbi. Ogni caso è a sé e quello che fa male a me non è detto che faccia male a qualche altra donna. Voglio tranquillizzare tutte le donne che dovranno iniziare la terapia ormonale. Spero che le mie parole non facciano male ma che stimolino la condivisione e che facciano sentire le altre donne meno sole. Se dovessi creare disagio  vorrei che mi venisse detto immediatamente e smetterò di scrivere.

Nei momenti di rabbia penso che i farmaci ormonali non siano serviti a nulla ma, in realtà, so benissimo che hanno contribuito a contenere la malattia. Ho avuto tre recidive, e questo è un dato di fatto, ma avrei potuto stare peggio. Ad esempio avrei potuto avere metastasi a qualche organo e invece sono stata fortunata perché mi sono sempre rialzata, anzi, non sono mai caduta davvero. Tutte le volte in cui mi sono sentita dire “l’esito dell’agoaspirato è positivo: hai un carcinoma” ho sempre provato un piccolo brivido lungo la schiena e mi sono sentita in bilico tra la vita e la morte. E’ inutile girarci intorno perché la questione è questa: da una parte c’è la vita e dell’altra la morte. Un malato di cancro si trova a metà tra l’una e l’altra. Mi sentivo davvero come un funambolo: in bilico su una corda stretta e tesa. Sotto il vuoto. Km e km di vuoto, buio, nero totale. Sopra il cielo azzurro, splendente ed un sole accecante. Così mi sono sempre sentita ad ogni diagnosi di tumore, ad ogni recidiva. Non sono mai caduta davvero. Ero in bilico, in equilibrio precario ma pur sempre in equilibrio. Ero concentrata e cercavo di pensare a quel cielo azzurro e sgombro dalle nuvole ma ogni tanto lo sguardo cadeva verso il basso, verso il nero, il buio, il nulla. Dovevo rimanere concentrata e non pensare né al cielo né al vuoto sotto di me, né alla vita, né alla morte.  Quando si è in equilibrio non si può restare fermi, bisogna avanzare anche se piano piano, un piede davanti all’altro, lentamente, e per farlo bisogna rimanere concentrati, “stare sul pezzo”. Non so se riesco a trasmettere le sensazioni che sentivo e che sento. Quello che vorrei esprimere è che, quando ci si trova in bilico, si vede la vita in maniera diversa e diventa difficilissimo rapportarsi agli altri, rapportarsi al resto del mondo.

Oggi è il 20 giugno 2017, martedì. Sono letteralmente scappata da tutto e da tutti per poche ore. Mi mancava l’aria. In questo periodo sto riscrivendo la mia storia e sto cercando di dare un nome al silenzio che mi ha accompagnato il primo anno di malattia: l’anno degli interventi e della chemioterapia, l’anno che più di tutti mi ha segnato. Lo sto facendo serenamente ma cercare le parole che all’epoca non ho saputo trovare è difficile e faticoso. Ripensandoci mi viene in mente l’atto del parto e solo ora comprendo pienamente l’arte della maieutica socratica. Applicare la maieutica è paragonato da Socrate, filosofo dell’antichità che non ha lasciato nulla di scritto ma che è protagonista di  numerose opere di Platone, all’arte dell’ostetrica, della levatrice. Il filosofo, infatti, come l’ostetrica aiuta a far partorire le donne, aiuta le persone a partorire la verità. “Partorire la verità” implica sofferenza (da non confondere con tristezza) ed è un atto ben descritto da Platone nelle sue opere attraverso il personaggio di Socrate. La verità che viene partorita non è qualcosa di esterno da noi ma è già dentro noi stessi. Bisogna solo trovare il modo per tirarla fuori e farsi accompagnare da chi ha gli strumenti per farlo. Riprenderò questa tematica in un articolo dedicato alla malattia e al rapporto con gli altri.

Oltre a questo mio viaggio a ritroso per descrivere la mia storia, sono passati pochi mesi dall’ ultima recidiva e sto metabolizzando solo ora quello che è accaduto. Sono fatta così:  ho bisogno di tempo per tirare fuori le emozioni, per capirle, per capirmi e per osservarmi da distante, cercando di essere imparziale nell’ analizzare la situazione.

Quelli appena elencati sono, brevemente, i motivi della mia piccola fuga verso il mare. Avevo bisogno di raccogliere i pensieri e di rilassarmi.

Resterei qua per  sempre a guardare il mare. Respiro.

L’ultimo periodo non è stato facile a causa di molti disagi fisici e mi chiedo perché non ho più la forza che avevo a 27 anni quando andavo a fare la chemioterapia e, subito dopo, andavo a lavorare.  Avevo appena iniziato un nuovo lavoro e non me la sentivo di chiedere permessi. Mi chiedo come facessi, mi chiedo quali risorse avessi all’epoca che ora fatico a tirare fuori.

Credo di essere, semplicemente, stanca. E’ stanco il corpo ed è stanca la mente.

Forse devo smetterla di chiedermi se continuare o meno a prendere i farmaci, forse dovrei spostare l’attenzione da un’altra parte e la risposta arriverà da sé.

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