Ripartire da zero

È da tantissimo tempo che non pubblico un articolo, un pensiero, una frase, una semplice immagine, un’istantanea della mia vita.

Il mio animo non è in grado di produrre articoli e parole senza prima attraversare momenti di riflessione. Ormai devo accettare la lentezza che mi è connaturata…

Tutto scorre troppo veloce ed io mi sento sempre meno al passo con i tempi. Mi sento come una vecchia reazionaria. Da ragazza ero ribelle e saltavo giù dalla finestra della mia cameretta per andare alle feste mentre i miei genitori mi credevano addormentata nel mio letto. Avevo quella sete di libertà, quella voglia di mangiarmi la vita che si può provare solo a diciassette anni.

Ora invece non sopporto le Stories quotidiane postate sui social, non sopporto gli articoli che iniziano con il tempo di lettura stimato. Vorrei solo respirare e procedere con calma, riflettere, leggere un articolo senza fretta, ascoltare il racconto di un amico davanti ad una tazza di caffè o ad un bicchiere di vino senza l’ansia di fare qualcosa, di correre da qualche parte.

Forse la verità è che di essere al passo coi tempi non me ne frega niente.

Sento ancora le voci di chi mi dice che scrivere un blog sulla mia esperienza di malata di cancro è “mettere in piazza” la mia vita privata e non è consono. Oppure sento le parole di chi mi esorta a pubblicare contenuti sui social perché altrimenti la mia lotta sarà vana. Come se tutto mi venisse spontaneo… Magari! Invece non so fare nemmeno quello. Il mio rapporto coi social non è negativo di per sé, ma mi mancano abilità, velocità e destrezza.

Comunque questo blog non riguarda il cancro. Ci ho riflettuto. Non so nemmeno io cosa sia, so solo che scrivo perché sento la necessità di farlo e non m’importa quante persone leggano le mie parole, mi interessa solo avere un rapporto vero con loro.

Nessun finzione, solo la verità nuda e cruda.

Ascolto sempre le parole delle altre persone; a volte provo anche a fare quello che mi consigliano, ma non riesco mai a mettere in pratica fino in fondo le loro raccomandazioni.

Vorrei fare tante cose al meglio, ma alla fine finisco sempre con l’essere me stessa e basta.

Sono fatta così: scrivo quando me la sento e spesso non pubblico nulla perché forse provo vergogna. Sì, avete letto bene: mi vergogno. Forse perché mi sono capitate delle cose spiacevoli e i comportamenti di alcune persone verso di me e verso altre amiche “disabili” mi hanno fatto soffrire. Se ti mostri vulnerabile tutti ti guardano con occhi compassionevoli quasi implorandoti di non raccontare nulla di te perché preferiscono non sapere, se invece sei sorridente e e allegra significa che stai benissimo e la tua malattia è un alibi per attirare l’attenzione… Mi piacerebbe che fosse tutto semplice, ma non è affatto così!

Ultimamente mi sono sentita piena di voglia di vivere, una voglia irrefrenabile ed incontentabile, ma nello stesso tempo mi sono sentita minuscola e insignificante ed ho messo in dubbio molte cose della mia vita.

Rendendo concreta l’analisi di un filosofo che si chiamava Edmund Husserl (un grande pensatore del ‘900 che ha dato vita alla corrente filosofica denominata Fenomenologia) ho fatto ἐποχή (epochè) ossia ho messo tutto tra parentesi, ho sospeso il giudizio su ogni cosa della mia vita ed ho provato a ripensare tutto dall’inzio.

Insomma sono ripartita da zero.

Tutto è iniziato il 25 marzo 2020, giorno del mio trentaseiesimo compleanno.

Eravamo in pieno lockdown. Le uniche persone che vedevo erano il mio compagno ed i mei due gatti (sì, lo so , non sono persone, volevo solo gonfiare il numero). Quel giorno ovviamente non siamo usciti di casa, ma abbiamo festeggiato mangiando nel tavolino nuovo che avevo comprato su Amazon. Era da anni che sognavo un tavolino rotondo e bianco. Montarlo è stata un’impresa da eroi, per non parlare delle sedie: montaggio complicatissimo ed intervallato da tante parolacce. Ovviamente io non ho fatto niente, ero chiusa in camera davanti al pc. Se la mia memoria non mente stavo lavorando in smart working.

Comunque poco fa stavo scrivendo che abbiamo festeggiato mangiando sul tavolino nuovo, posizionato davanti alla porta-finestra:vista campi e vista Montello. L’apoteosi è stata gustarci il dolce acquistato nel panificio vicino a casa.

Non sto scherzando,sono seria. Ero davvero serena, anche se si può notare una leggera ironia nelle mie parole. Niente era scontato e mai avrei immaginato di arrivare a festeggiare il mio trentaseiesimo compleanno.

In fin dei conti in quei giorni eravamo tutti preoccupati perché stavamo vivendo un momento difficile. Ricordo lo stupore e le lacrime nell’osservare ammutoliti la lunga colonna di mezzi militari nel centro di Bergamo. Erano i camion incaricati di trasportare i corpi delle vittime del Coronavirus verso i forni crematori di altre regioni. Non dimenticheremo mai quelle immagini.

Ci sentivamo protetti nelle nostre case, accolti dal calore della famiglia ed in continuo contatto telefonico con i parenti e gli amici.

Poi ho sentito qualcosa smuovermi dentro, una sorta di “click”. Così è scattato un meccanismo che non sono più riuscita a controllare. Ho iniziato a dare ascolto alle domande che da anni la mia mente si poneva, ma che prima scacciavo via con un gesto della mano. Forse avevo sempre avuto troppa paura di ascoltare quello che sentivo.

Mi sono chiesta se davvero avevo fatto tutto quello che desideravo, se ero sempre stata me stessa, se la vita che facevo era la vita che volevo vivere o se era solo la vita più comoda, quella che mi era capitata. Mi sono chiesta se stavo vivendo o sopravvivendo.

Domande drastiche, ma molto chiare. Non era il momento giusto per affrontare certe questioni, ma a volte non possiamo decidere, non possiamo gestire tutto in modo “consono”, a volte scatta un “click” e non si torna indietro.

Adesso penserete che vi stia per raccontare che mi sono sposata, che ho avuto un figlio, che sono partita per l’Alaska…

Vi deluderò perchè la verità è che non ho fatto niente di tutto ciò.

In questo momento storico difficile ho scelto di fare l’unica cosa che mi sembrasse più ovvia per me, l’unica cosa che sentissi davvero: ho tirato fuori i libri che avevo negli scatoloni e li ho aggiunti a quelli già presenti nella libreria che mi sono regalata qualche giorno dopo l’intervento all’encefalo.

Un giorno magari posterò nel blog la foto della libreria Ikea di cui vado molto fiera 😅.

Ho tirato fuori gli appunti del periodo dell’università, ho acquistato Memorie d’una ragazza perbene (Mémoires d’une jeune fille rangée, 1958) e Una donna spezzata (La Femme rompue, 1967) di Simone De Beauvoir. Ho letto questi due libri mentre ero al mare, sul Gargano, in un posto silenzioso ed incontaminato, vicino alla foresta umbra.

Vi chiederete com’è possibile che due libri mi abbiano cambiato la vita, eppure è stato così.

La mia crisi, innescata dal click del 25 marzo è continuata. Mi facevo mille domande, mi chiedevo a cosa fossero serviti tutti gli sforzi per affrontare le chemioterapie, i numerosi interventi chirurgici, i nove anni di cure e di viaggi nei vari ospedali del nord Italia, se poi alla fine mi stavo semplicemente lasciando vivere… Avevo perso tutto tranne le persone che amavo, quelle più strette, strettissime!

I rapporti mi avevano tenuto in vita e mi avevano permesso di sorridere ogni giorno senza mai temere di non farcela ad affrontare gli ostacoli e le sofferenze, ma ora, in quel momento non mi bastava più tutto ciò per cui avevo tanto lottato.

Avevo capito che avevo bisogno di essere fiera di me, di essermi amica. Quante volte avevo pianto per rapporti andati male, per amicizie tanto esaltate e poi perse in un soffio? Quanto avevo sofferto in silenzio, reprimendo le lacrime, per i progetti di vita distrutti? Avevo intuito che la vita è sempre insieme a qualcuno e che gli altri arricchiscono il nostro stare nel mondo, ma che non dobbiamo mai dimenticarci di noi stessi e dei nostri sogni.

Avevo capito che ero felice dei rapporti veri che avevo instaurato (pochi), ma che mi ero dimenticata di me stessa.

Mi ero resa conto di avere trentasei anni e di non essere contenta di me.

Le tipiche domande che mi venivano poste quando incontravo una persona dopo tanto tempo erano: “che lavoro fai?” e “quanti figli hai?”.

Mi sentivo sempre in difficoltà e a disagio, provavo anche rabbia perché non capivo per quale motivo le conversazioni non potessero essere diverse. Spesso mi sentivo dire che dovevo essere più cattiva , che ero troppo buona, come se la gentilezza fosse un male, come se nella vita valesse di più uno stronzo patentato di una persona gentile e quindi debole.

Gentile ed educato = debole

Stronzo patentato e maleducato = forte

Ed io che avevo sempre pensato che la vera forza in realtà consistesse nel coraggio di ammettere le proprie vulnerabilità e fragilità, nel coraggio di mostrarsi come si è…

Ora invece risponderei così a quelle persone: “sto leggendo un libro di J. Franzen“, oppure “sto studiando bioetica“, oppure “mi pacerebbe visitare il Portogallo“, oppure “sai che ci sono state le elezioni in Uganda?”.

Cazzo, c’è un modo là fuori ed io l’ho scoperto davvero solo stando chiusa dentro casa!

Non è paradossale?!

Tutto questo per raccontare il motivo per cui sono stata assente. In realtà ho scritto in quesi mesi, ma non ho pubblicato nulla.

64 articoli mai pubblicati per essere precisi 😅😂.

Avevo fatto epochè fino in fondo ad avevo “sospeso il giudizio”, sospeso i pensieri anche rispetto al blog. Volevo davvero ripartire da zero. Non tralasciando tutto quello che avevo fatto, sbagliato, vissuto, ma semplicemente smettendo di guardare la mia vita in un certo modo, con lo sguardo di chi si giudica e di chi vorrebbe solo guadagnare qualche medaglia o riconoscimento sociale.

Oggi non posso dire di essere un’altra persona, sono io, sempre io, solo che ho buttato giù qualche altro paletto e so che se prima non volevo perdere tempo ora voglio solo fare ciò che mi piace e cercherò di essere meno dura con me stessa e meno autocritica, senza l’ansia del ticchettio dell’orologio.

Non ho scritto molto nel blog del libro La vita addosso, né delle presentazioni perché mi sembrava di essere narcisista. Ero terrorizzata dall’idea di sembrare egocentrica.

La verità è che ho scritto il libro di getto, per l’esigenza di lasciare qualcosa di scritto alle persone che amo, poi è diventato un libro grazie alla perseveranza di mio padre che ha deciso di pagare le spese per stamparlo. Ho sigillato un accordo con l’associazione Unitesipuò onlus e tutti i proventi sono destinati a loro. Inoltre l’associazione detiene i diritti del libro. Per me è una seconda famiglia, ma questo merita un articolo dedicato.

Non volevo altri vincoli oltre all’associazione, perché non sono una scrittrice. Sono solo una persona che ha bisogno di esprimersi con le parole. Ho così tante cose da raccontare, così tante storie nel cuore e nella mente meritevoli di essere narrate. Tante storie di tante persone come noi, come te, come me, come tutti. Ognuno merita il proprio spazio.

All’epoca volevo solo lasciare la mia storia nero su bianco perché avevo bisogno di comunicare, di tirare fuori la voce della bambina timida con la frangetta e gli occhi azzurri che al supermercato prendeva sempre mille volte il numero per il banco del prosciutto. Infatti quando chiamavano il numero sette non aveva il coraggio di alzare il braccio e dire “sono io il numero sette!”.

Ero timida, introversa, sempre persa nei miei pensieri e nelle storie dei libri che mi regalavano, ma pensavo tanto, la mia mente non si stancava mai di creare storie e nel mio mondo ero infinitamente felice.

Ora la prima cosa che desidero è raccontare delle persone che mi hanno dimostrato affetto, che ho conosciuto anche grazie a questo blog. Enza ad esempio, che si è affacciata alla mia vita in punta dei piedi e mi ha aperto la porta della sua casa (metaforicamente perché purtroppo abitiamo a molti km di distanza). Se di notte scrivo è anche grazie a lei che mi ha fatto sentire una persona degna di essere ascoltata e letta. Lei con la sua dolcezza e semplicità, con la sua determinazione ha affrontato il cancro con dignità e serenità. In lei ho ritrovato una genuinità che da tempo non scorgevo più in nessuno. Lei non ha bisogno di fronzoli, è se stessa e persegue i suoi sogni nonostante tutto.

Forse lei ha colto quell’urgenza che sento dentro, mentre le dita picchiettano veloci e nervose sulla tastiera. Forse lei ha capito che se scrivo è perché non posso fare altrimenti: quel nodo in gola mi toglierebbe il respiro.

Scrivo e respiro,

Scrivo ed esco dall’apnea.

Vorrei solo che tutte le persone che sentono il bisogno di tirare fuori qualcosa lo facciano senza timore e non si sentano sole.

Vorrei che certe sofferenze possano essere alleggerite dal calore della condivisione.

Vorrei che nessuno giudichi le persone con disabilità o malattie perché nessuno sceglie di essere malato o disabile. Ti capita e basta.

Purtroppo il Sars-Cov-2 non ci permette di stare vicini fisicamente, di toccarci, abbracciarci, parlarci mentre ci guardiamo negli occhi. “Santa tecnologia!”, direbbero in molti.

È vero che la tecnologia ci permette di restare in contatto, non posso negarlo perché le persone che amo di più vivono distanti e siamo legate solo grazie ai social, alle mail, alle videochiamate, ma questi sono solo strumenti, il vero legame è dato dalle parole che ci scambiamo, dai racconti quotidiani.

Ho scritto anche di Elisa, della sua forza e del fatto che non si renda minimamente conto di quante cosa sia riuscita a fare nonostante la sua disabilità. Non mi piace per niente questa parola, disabilità, e vorrei tanto sostituirla con un termine degno.

Sto scrivendo molto su di lei e spero di pubblicare presto le parole che ho usato per raccontare di lei. La sua vita, la sua storia, la sua tenacia meritano di essere raccontate a lungo e in modo approfondito. Sto cercando di farlo senza trascurare nessun aspetto della sua personalità, ma soprattutto cercando di capirla e di capire un pò anche me stessa grazie al rapporto con lei.

Elisa ha occhi profondi ed un sorriso radioso. A volte percepisco il suo dolore, la sua fatica e vorrei solo sollevarla. Sì, vorrei sollevarla, letteralmente, dalla carrozzina che è parte integrante della sua vita da quando è nata. Vorrei che si vedesse con i miei occhi. Vorrei che guardando lei chiunque possa imparare cosa significhi non arrendersi.

Spero di potervi raccontare presto di lei.

Viva la vida

3 commenti

  1. Onorata di queste righe a me dedicate, onorata di conoscerti, onorata di combattere al tuo fianco, onorata di essere tua Amica per la l’eternità

    W NOI,Guerriere di Luce e speranza… ❤️

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