Poi ci sono giorni in cui odiava tutti e tutto, ma alla fine la felicità…

Poi ci sono quei giorni in cui odiava tutti e tutto.

Perché a voi non è mai capitato?

Non credeva alle persone sempre solari, troppo ilari, troppo ottimiste. Tutta quella positività infarcita di sentimentalismo e falsità le faceva venire la nausea.

Stava lontano anche dalle persone ostili, sempre serie, cupe, pessimiste.

Le piacevano le persone solari, ma anche impacciate, vere, dirette, schiette, quelle che ti guardano dritto negli occhi quando ti parlano, o ancor di più quando tu ti rivolgi a loro.

È così difficile essere veri?

È così complicato essere onesti?

Se solo ci affidassimo di più gli uni agli altri. La fiducia è fuori moda, ma non è nemmeno vintage, semplicemente non se la fila nessuno.

Le sembrava che il cielo fosse impolverato: una polvere sottile e fastidiosa di cui gli altri non sembravano curarsi.

Pensò: “quando è iniziato tutto ciò?”, “quand’è che la vita mi si è scagliata contro?”

Ecco, era arrivato: il momento di pessimismo e disperazione, quello in cui piangersi addosso.

Era il momento di tirare fuori i fazzoletti…

Sapeva benissimo di dover essere solo grata alla vita, la sua preoccupazione più che a se stessa era rivolta ad una cara amica. Stava facendo l’ennesima chemioterapia e non si era mai lamentata. Aveva sentito molti più lamenti da parte di persone che avevano solo qualche piccolo disagio del corpo, ma nulla di più. Non l’aveva mai sentita piangere (non che il pianto sia negativo, ma non aveva mai pianto davanti a lei) o disperarsi. La sua forza, la sua determinazione, il suo desiderio di avere una perfetta padronanza della sua vita, un’approfondita conoscenza delle cure a cui era sottoposta, superavano di gran lunga il suo dolore. Non è che non provasse dolore. Era ammirevole, sì, ma non si trattava solo di questo. Ciò che la colpiva della sua amica era la tenacia con cui affrontava la vita. Non è nemmeno che cadesse sempre in piedi, lei cadeva, eccome, ma sapeva rialzarsi con un’eleganza ed un coraggio che avrebbero colpito anche gli altri, se solo avessero fatto più attenzione. Non si tratta di restare in piedi e basta, di resistere, ma di come lo si fa.

La sua amica era la persona più coraggiosa che avesse conosciuto.

Intanto osservava oltre il vetro del bar in cui si era rifugiata in una mattina fredda e grigia. Erano i giorni della merla.

Non le era mai piaciuto l’inverno perché c’era poca luce, bisognava ricoprire il corpo di strati di vestiti e tutti erano pallidi ed incupiti. Le piaceva l’estate con i suoi colori, le grida dei bambini al mare, le camminate in montagna, le stelle cadenti, il prosciutto e melone, le cene con gli amici, la musica all’aperto. Vogliamo parlare dei concerti? I concerti sotto cieli stellati mangiando patatine fritte e bevendo birre fresche, ricordando l’adolescenza passata oramai da un pezzo. Quanto le mancava la spensieratezza dei concerti estivi.

In quel momento era già un grande traguardo essere seduta nel tavolino di una pasticceria. Il Covid-19 aveva capovolto la vita di tutti, nessuno escluso. I virus da una parte sanno essere molto democratici, ma dall’altra spaccano in due la società: chi può permettersi di non preoccuparsi troppo per il futuro e chi il futuro non lo nomina nemmeno più, perché non sa come fare ad affrontare il presente. Il Covid ha distrutto tanti meccanismi economici e di conseguenza sociali: le disparità tra individui si sono fatte più nette. Chi aveva avuto le possibilità economiche per status, per nascita, o perché era riuscito a mettere via alcuni risparmi, aveva vissuto di rendita, c’era chi aveva addirittura guadagnato di più durante la pandemia, chi invece non era nato con la camicia ed aveva sempre e solo dovuto contare su di sé aveva perso tutto. Tutto.

La prima triste realtà è che senza salute nessuno può vivere.

La seconda triste realtà è che senza soldi nessuno può vivere dignitosamente.

Ma non stava pensando all’estate ed ai concerti?

Sì, è vero, la sua mente vagava un pò troppo. Dicevamo che rimpiangeva l’estate, aveva bisogno di un piccolo assaggio d’estate: del sole sulla pelle, del rumore del mare e la salsedine sulle ciglia, dei tramonti, della musica nelle calde e luminose sere di metà giugno. L’inverno non era brutto di per sé, aveva dei pregi, ma in quel momento faceva fatica a vederli.

L’inverno è dolce e materno solo con chi può permetterselo, pensava. Lei era troppo complicata per amare l’inverno, quell’amore era per persone forti, lei era debole. Era una tipa da estate: pelle abbronzata, braccialetti colorati, shorts e canotte, vestitini colorati, costumi e racchettoni, sabbia nelle scarpe. E la moto? Sedersi in moto nel sedile posteriore, senza la preoccupazione di guidare, farsi trascinare via, lasciando a casa i pensieri, sentire l’aria calda entrare dalle maniche della giacca, respirare a fondo e sentirsi felice.

Quanto avrebbe voluto ritornare ad uno di quei momenti, ora aveva proprio bisogno di farsi teletrasportare là, invece era solo una mattina fredda e grigia e lei riusciva a malapena a concedersi quell’unico, grande privilegio negato per molti mesi: fare colazione al bar.

La brioche alla crema ed il cappuccino non avevano avuto l’esito sperato, le sue labbra restavano chiuse ed i suoi occhi spenti. Basta, doveva ammetterlo a se stessa: era infelice.

Lo era come tantissime altre persone in quel periodo di pandemia mondiale. Tuttavia una sola cosa si era sempre promessa: non fingere mai.

La gioia è gioia, la vita è bella e vale la pena di essere vissuta, sempre, ma la tristezza è tristezza e non si può cancellare con una gomma, o coprire con un asciugamano colorato.

La vita non è un dono, come ha scritto il filosofo Michael Sandel in riferimento alle tematiche della procreazione assistita e della manipolazione genetica degli embrioni.

La vita allora è un’opera d’arte? Aveva sentito quella frase la prima volta durante un corso di filosofia all’università: fare della propria vita un’opera d’arte. Le piaceva perché dietro quella frase non c’era il riferimento alla vita come dono o come qualcosa che non abbiamo scelto, che ci è capitato, qualcosa di piovuto dal cielo, ma c’era il chiaro riferimento a noi, alla nostra diretta responsabilità rispetto alla vita che ogni giorno costruiamo. Insomma in pratica siamo noi a scegliere come vivere, siamo noi gli artefici della nostra vita.

Si chiese, allora: “perché alcune persone decidono di uccidersi?”, “Quale dolore può portare a questo?”, “Quanto grande e profondo può essere quel male di vivere che sentono le persone che si tolgono deliberatamente la vita?”

Lei aveva sempre intravisto una luce, anche flebile, ma pur sempre una luce, anche nei momenti più difficili.

E ce n’erano stati di momenti difficili…

In quel momento era in un bar, sentiva il rumore di tazzine, di cucchiaini ed un vociare distante, vedeva le automobili scorrere noiosamente sulla strada, un uomo anziano camminare lentamente con il cane al guinzaglio, una mamma in scarpe da ginnastica che spingeva una carrozzina arancione, un gatto saltare su una finestra per inseguire un insetto, era un momento di ordinaria quotidianità, ma sapeva anche che era quello l’istante in cui la realtà stava arrivando, le si stava per sbattere in faccia e avrebbe fatto male, molto male, sarebbe stata come uno schiaffo violento.

Aveva pensato alla sua amata amica e all’esito dei suoi esami, ai valori dell’emocromo, alla chemioterapia, al fatto che si sentiva impotente ed avrebbe tanto voluto aiutarla, fare qualcosa per lei, ma nello stesso tempo sentiva anche che non poteva scappare dalla propria vita.

La verità è che voleva molto bene alla sua amica e avrebbe voluto prendersi un po’ delle sue fatiche quotidiane, ma inoltre si sentiva in colpa perché lei tutto sommato stava bene, era NED (no evidence of disease) e solo una malata metastatica sa quanto siano belle queste tre lettere unite: NED.

Vi rendete conto? Mentre voi vi lamentate ci sono persone che gioiscono per essere NED? In concreto significa che tu sei una malata cronica, che non guarirà mai, ma sai che nel momento in cui sei NED la malattia è nascosta, è “silente” ed è la migliore cosa che possa accaderti, è come prendere 30 e lode ad un esame!

Ognuno è artefice della propria vita, ma è anche imprigionato in essa.

Vivere è importante e lei lo sapeva bene. “Prima di tutto portare a casa la pelle!”, si era detta il giorno in cui era partita per Milano, diretta verso l’Istituto neurologico Besta per sottoporsi ad un intervento al cervello.

Quella volta sì che aveva avuto paura, terrore, ed aveva sentito freddo dentro, tanto freddo.

La pelle l’aveva portata a casa anche quella volta, ma aveva rischiato di restare là, in sala operatoria, in quello spazio gelido, bianco, circondata da macchinari freddi e da mani calde, avvolte da guanti sterili, protetta da sguardi amichevoli, che a malapena sarebbe riuscita a vedere perché era senza lenti contatto ed era miope come una talpa.

Alla fine era stata dura, ma era ritornata a casa ed era felice quel giorno. Aveva dei dolori indescrivibili, mai in vita sua era stata così male, il mondo sembrava diverso, tutto ondeggiava, se solo gli altri avessero davvero saputo come li vedeva, come li sentiva, come percepiva il mondo in quel momento…

Molte persone le avevano detto che da fuori sembrava che stesse bene, molto meglio di quello che si sarebbero aspettati, ma lei avrebbe tanto voluto scambiarsi i ruoli per un pò, entrare nel loro corpo e lasciare volentieri il suo a loro.

Comunque era passato anche quel periodo, era stata a casa per due mesi recuperando le forze, i movimenti e la lucidità pian piano, giorno dopo giorno. Si era sottoposta alla radioterapia stereotassica all’encefalo e dopo poche settimane era di nuovo al lavoro.

Avrebbe dovuto iniziare 12 cicli di chemioterapia dopo qualche giorno, ma non era poi così preoccupata in quel momento. Era felice!

Non avete idea di quanto fosse felice quel giorno. Non ci sono parole per descrivere come si fosse sentita ed, anzi, ora in quel bar si considerava stupida perché sapeva che un’altra persona si sarebbe messa a ridere pensando a lei in quella situazione banale, quotidiana e scontata per milioni di altre persone.

Quante sono le persone che ogni giorno spengono la sveglia, si alzano, si preparano e corrono al lavoro? Eppure lei era felice. Fare una vita normale la rendeva felice perché a lei quella “normalità” era stata negata dalla malattia e continuava ad essere negata.

Quanto bello è sentirsi utili, sentire che il proprio lavoro o la propria fatica può contare qualcosa? Per quanto fosse insignificante per tante persone per lei essere là era un traguardo.

La stessa felicità l’aveva provata due anni dopo quando la professoressa le aveva comunicato che aveva preso trenta e lode ad un esame. Aveva ballato da sola, saltato, dato pungi al muro, gridato…

La gioia non condivisa è sempre la stessa gioia che si prova da soli?

Dopo questo tuffo nel passato era ritornata là, nel bar, col corpo e con la mente e si chiese: “che senso a vivere se non per vivere bene?”

Non ci basta solo vivere, vogliamo vivere bene.

Pensò: “ce l’ho stampato in testa, ma chi l’ha detto? Dove l’ho letto?”

“Aristotele!”

Aristotele 2400 anni fa si è posto una domanda fondamentale per tutti noi, ma che spesso dimentichiamo, troppo presi dal grigiore delle nostre vite:

Che cosa vuol dire essere felici?

Chi non si è mai posto questa domanda?

Spesso parliamo e scriviamo di felicità, ma raramente ci chiediamo che cosa significhi essere felici.

In greco antico si scrive εὐδαιμονία (eudaimonìa), composto di bene (εὖ èu) e demone – sorte (δαίμων dàimōn).

“Dàimon” letteralmente è “demone”, ma tradurlo così è fuorviante, si può intendere come “spirito guida”, in poche parole è la nostra coscienza.

Pensò: “Ok caro Aristotele, sei venuto a disturbare la mia mente per ricordarmi che non basta avere la vita, non basta essere sopravvissuta a quell’intervento il cui ricordo ancora disturba le mie notti, ma abbiamo bisogno di qualcosa in più: la felicità.”

È lei il motore che ci permette di alzarci alla mattina, di mangiare, lavarci, avere cura del nostro corpo, lavorare, viaggiare, leggere, studiare, coltivare delle passioni, rapportarci agli altri, amare…

Non basta un corpo sano per vivere bene. Il suo è un corpo che sembra sano da fuori, ma dentro sta affrontando una lotta, una guerra che mai finirà. Lei però vuole la pace, vuole la felicità, quella vera, e vuole anche la pace dentro al suo corpo…

Quindi felicità e pace del corpo ossia salute.

Felicità e salute.

Le sarebbero bastate queste sue cose d’ora in poi, ma prima si tratterà di capire cosa sia questa felicità.

Forse se ce lo chiedessimo tutti e riflettessimo su cosa sia davvero potremmo fare grandi cose, ferirci meno, non farci del male, ma essere impegnati nella costruzione della nostra felicità che in fin dei conti per essere tale deve tenere conto anche di quella degli altri.

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